Crisi tra decadenza e speranza

Vele al vento


Attraverso la via della metafora vorremmo tentare di ripensare la crisi in cui ci troviamo.
1) La prima metafora è quella del naufragio ( Hans Blumenberg).
Non esiste terraferma stabile e sicura e il mare fluido è incostante (Lucrezio); oggi sempre meno possiamo distinguerci dal naufrago (Pascal : “Vous êtes embarqués.”).
2) L’immagine del mare incostante richiama un’altra metafora, quella della liquidità (Zigmunt Bauman).
Mancano punti di riferimento certi e tutto appare fluido, senza parametri etici oggettivi.
3) Assemblaggio: eppure dal mare della storia emergono tavole cui aggrapparsi, improvvisate scialuppe costruite con assi dalle più svariate provenienze (“meticciato”).
4) Navigazione: la barca è il mondo uscito dalle macerie delle ideologie: per la Chiesa è simboleggiata dal Concilio Vaticano II e per l’Italia dalla Costituzione repubblicana del 27/12/1947 (cfr. codice di Camaldoli luglio 1943) : la crisi non si supera se la persona, la sua dignità, il suo lavoro, la realtà dei suoi rapporti non tornano ad essere centro e misura dell’economia e della politica (Emmanuel Mounier).
5) Torre di Babele (Genesi cap.11).
E’ l’immagine della confusione disgregante in cui tutti siamo immersi. Oltre il naufragio, sulle onde della modernità liquida, la barca va costruita insieme, nel rispetto di tutti, accettando consapevolmente regole comuni, certe e affidabili, per navigare insieme verso il porto, intravisto e mai posseduto pienamente nella realtà, della pace universale e della giustizia per tutti.
A livello ecclesiale possiamo dedurre che il futuro possibile delle comunità verrà dal basso, attraverso persone appassionate che del “pensato” vogliono diventare “facitori”, rischiando i propri passi su strade inedite. Un tempo il futuro si riceveva in eredità e tutto era in funzione della “conservazione” piuttosto che della “immaginazione”. La delega oggi non basta più, occorrono nuove corresponsabilità istituzionali perché molti oggi portano avanti esperienze ecclesiali non contro l’istituzione, ma senza alcun riferimento ad essa; e-mail e comunicazioni delle quali non si tiene alcun conto, rifiuto a partecipare agli incontri parlano da sé.
Le scelte di appartenenza “con riserva” non sono sempre frutto di pigrizia, di individualismo, ma forse nascono quando si è allentata la forza emotiva e corresponsabile. Giustamente Z. Bauman dice che ormai siamo passati dalla modernità “solida” (fondata su organizzazioni e ruoli stabili), alla modernità “liquida” dell’incertezza e della non prevedibilità. Dobbiamo diventare persone che “stanno dentro”, con mani in pasta e occhi all’orizzonte.
Un silenzio che si fa parola. Perché abbiamo paura del silenzio? Nel deserto Dio ci seduce e ci parla, come ci attesta Osea: ”Io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”(Osea, 2,6)
Si può anche entrare nella propria camera portandosi dietro tutto il “rumore” (cellulare, computer, televisione…) che impedisce il rientrare in se stessi. Gesù invita a “chiudere la porta” (Mt. 6,7). Quando viene la notte, il vegliare diventa simbolo della vittoria sulla morte.
Nella notte Abramo incontra Dio che gli svela un futuro inimmaginabile. Nel cuore del grande silenzio della notte nasce Colui che è la Parola. Nella notte Colui che volevano morto si manifesta vivente.
Il silenzio porta alla scoperta di Dio in noi e pone le basi della preghiera e della speranza.

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