
Le domande esistenziali più scottanti per l’uomo sulla propria identità e sul senso dell’esistenza sono fonte di ispirazione per moltissimi intellettuali dell’età contemporanea. Per stimolare la riflessione su argomenti così suggestivi Sabato 14 Maggio 2011 l’Associazione Culturale “Edith Stein” ha proposto un incontro sul tema “Le maschere pirandelliane nel cinema di Ingmar Bergman”. Dopo il saluto dell’avvocato Mentore Campodonico,sindaco di Rapallo,ha preso la parola il professor Domenico Pertusati,presidente dell’Associazione Stein,che ha subito sottolineato il fascino della tematica e le difficoltà interpretative che la caratterizzano. L’opera di Luigi Pirandello,scrittore e drammaturgo siciliano celebre per il ”teatro nel teatro” che segnò la tappa più innovativa del suo percorso letterario,e la filmografia di Ingmar Bergman,cineasta svedese premiato con ben tre premi Oscar,sono accomunate da un’inflessibile analisi della personalità umana,da cui derivano la dolorosa constatazione dell’impossibilità per l’uomo di discernere il vero e il falso,l’ineluttabile incomunicabilità e la continua ricerca di una consistenza per la propria identità aldilà della “maschera” che soffoca e limita il suo essere.
A sviluppare l’argomento è stata la dottoressa Chiara Campodonico,laureata in Scienze dell’Educazione e da oltre dieci anni membro del Direttivo dell’Associazione Stein. La dottoressa Campodonico ha esordito dichiarando che la sua passione per la cinematografia di Bergman l’ha portata a scegliere come argomento per la propria tesi di laurea il rapporto fra il cineasta svedese e la drammaturgia pirandelliana; non a caso il punto di partenza del suo lavoro di ricerca è stata una lettera al teatro di Stoccolma,che le ha consentito di scoprire che Bergman rappresentò per ben due volte (Malmoe 1953 e Oslo 1967) “Sei personaggi in cerca di autore”. Ad accomunare Pirandello e Bergman sono l’indagine esistenziale,l’esperienza della malattia mentale (vissuta in prima persona dal regista,filtrata attraverso il calvario della moglie Antonietta per il drammaturgo),il legame con le isole (la Sicilia in cui Pirandello nacque e l’isola dove Bergman scelse di vivere),il tema della vita autonoma dei personaggi ,maschere o spettri che siano,l’immagine di una realtà mutevole in cui la personalità umana,priva di qualsiasi certezza e condizionata dalla relatività dell’apparenza,si sgretola inesorabilmente e perde ogni possibilità di relazione con l’altro.
La produzione narrativa e teatrale di Pirandello,a partire dall’esordio di impianto veristico con il romanzo “L’esclusa” fino a “I giganti della montagna” rimasto incompiuto per la morte sopraggiunta nel 1936,rivela sorprendenti consonanze con la cinematografia bergmaniana,la cui comprensione appare possibile solo tenendo ben presenti i profondi legami con la tormentata esistenza del regista. Nato nel 1918 da un pastore luterano e da una donna di origine olandese,Bergman sperimentò fin da subito la precarietà e l’oppressione di un ambiente familiare poco sereno,dominato da una figura paterna implacabile nel giudicare (per punire il piccolo Ingmar arrivò a rinchiuderlo in un obitorio) ed estremamente conflittuale anche nei rapporti con il fratello e con la sorella,entrambi precocemente disadattati. Gli unici barlumi di serenità della propria infanzia erano rintracciati da Bergman nei soggiorni a casa della nonna (appassionata di cinema….),in particolare nel rapporto con una balia che il regista immortalò nel suo capolavoro spiccatamente autobiografico “Fanny e Alexander”. I pesanti condizionamenti subiti durante infanzia e adolescenza lasciarono come tracce indelebili nel cineasta svedese un marcato anticlericalismo,un disperato bisogno d’amore,la ricerca di un Dio padre amoroso e non giudice.
La dottoressa Campodonico,fra le possibili piste argomentative percorribili all’interno della sua tesi,ha privilegiato il parallelismo fra “Sei personaggi in cerca di autore” di Pirandello e “Il settimo sigillo” di Bergman. Il dramma pirandelliano nasce dal mistero della creazione artistica scaturita dall’incontro fra l’autore e la fantasia,raffigurata come una servetta che conduce a casa del suo “principale” una famiglia di personaggi scontenti,lontani da ogni speranza e desiderosi di trovare vita propria in un’opera compiuta. I sei personaggi,ognuno portatore di un tormento segreto,racchiudono nelle loro esistenze il senso della vita e ossessionano a tal punto il drammaturgo che egli arriva a lasciarli liberi sul palcoscenico mentre una compagnia di attori sta provando. In tal modo i personaggi tentano di uscire dalla forma in cui è imprigionata la loro vita,quella stessa forma che,d’altra parte,li rende immortali,come accadde per Don Abbondio o per Sancho Panza. Il dramma si sviluppa sul conflitto fra forma e sostanza,sull’incomunicabilità, sul rapporto fra vita e arte,destinato a risolversi a favore della creazione artistica,di cui l’esistenza costituisce solo una copia : i personaggi sono veri e immortali,gli uomini risultano essere “uno,nessuno e centomila”.
Per chiarire il rapporto fra il dramma pirandelliano e il film di Bergman la relatrice è partita dalla lettura di alcuni brani di “La lanterna magica”,autobiografia in cui il regista rievoca non solo i fantasmi e i misteri che lo accompagnarono fin dall’infanzia,ma anche l’esperienza della malattia mentale culminata nella percezione dello sdoppiamento di sé e in un lungo ricovero ospedaliero,durante il quale si alternarono momenti di pacificazione con se stesso e nuovi attacchi di ansia. Come i protagonisti di Pirandello,i personaggi dei film di Bergman sono vivi,autonomi,perseguitati dai loro “spettri”,spesso “dannati” ma sempre dignitosi nel loro percorso esistenziale. Le opere del cineasta sono costantemente “non concluse”,proprio perché la vita va avanti nonostante tutti i tentativi dell’uomo di cristallizzarla in una forma.
A proposito de “Il settimo sigillo”,realizzato nel 1956,Bergman affermò : “Non è un gran film,ma io ci sono affezionato.”. L’intreccio tematico si basa sul dubbio esistenziale in relazione alla salvezza; il settimo sigillo è una reminescenza diretta dell’Apocalisse di Giovanni,citata nella pellicola. Bergman pone domande sull’esistenza e sul destino dell’uomo senza affermare e senza negare nulla. La pellicola esprime una profonda spiritualità riconducibile essenzialmente alla figura del saltimbanco,che ha ricevuto il dono di una fede spontanea,e a quella dello scudiero,spietatamente cinico nella sua incredulità intellettuale. Nel film lo spettro che si incarna nella vita dell’uomo è la Morte,che ingaggia una partita a scacchi (eloquente metafora dell’esistenza) con un cavaliere crociato il quale,non avendo trovato conforto nella fede durante la sua disperata ricerca di una risposta per le sue domande,si rivolge proprio a lei. La pellicola accompagna il cavaliere in una serie di incontri che si snodano parallelamente alle fasi della partita a scacchi. Il gioco implacabile priva l’uomo di ogni maschera,lasciandolo nudo e indifeso davanti al proprio destino,vittima dell’illusione di poter sconfiggere la morte. L’unica possibile redenzione è un atto di fiducia e di disinteresse verso l’altro,salvare una famiglia composta da persone semplici e pure di cuore,un saltimbanco (non è un caso che in Bergman sia un artista a farsi portatore dell’amore e della salvezza) e la sua compagna,entrambi gioiosi nella loro fede e immuni dalla disperazione che li circonda.
La consonanza fra Pirandello e Bergman si esplicita nell’autonomia che assumono i personaggi nelle rispettive opere,nella tematica delle maschere e dell’identità,espressa da entrambi in forma diversa,nella ricerca dell’umano rispettivamente attraverso la scrittura o la cinepresa,nel senso del mistero che si cela dietro le maschere.
La relazione della dottoressa Campodonico ha riscosso partecipazione e interesse nel pubblico presente,che è intervenuto a più riprese per porre domande o per proporre le proprie riflessioni su una tematica altamente suggestiva e coinvolgente.
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Bollettino dicembre 2011