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	<title>Sant&#039;Anna Online</title>
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	<description>Testimoniare la fede in un mondo che cambia</description>
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		<title>Le maschere pirandelliane nel cinema di Ingmar Bergman</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 14:15:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Lasagna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminiamo insieme online – Settembre/Dicembre 2011]]></category>
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		<description><![CDATA[Le domande esistenziali più scottanti per l’uomo sulla propria identità e sul senso dell’esistenza sono fonte di ispirazione per moltissimi intellettuali dell’età contemporanea. Per stimolare la riflessione su argomenti così suggestivi Sabato 14 Maggio 2011 l’Associazione Culturale “Edith Stein” ha &#8230; <a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/2012/01/28/le-maschere-pirandelliane-nel-cinema-di-ingmar-bergman/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/terza.jpg"><img src="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/terza-300x225.jpg" alt="" title="Conferenza Maschere pirandelliane" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-492" /></a><br />
Le domande esistenziali più scottanti per l’uomo sulla propria identità e sul senso dell’esistenza sono fonte di ispirazione per moltissimi intellettuali dell’età contemporanea. Per stimolare la riflessione su argomenti così suggestivi Sabato 14 Maggio 2011 l’Associazione Culturale “Edith Stein” ha proposto un incontro sul tema “Le maschere pirandelliane nel cinema di Ingmar Bergman”. Dopo il saluto dell’avvocato Mentore Campodonico,sindaco di Rapallo,ha preso la parola il professor Domenico Pertusati,presidente dell’Associazione Stein,che ha subito sottolineato il fascino della tematica e le difficoltà interpretative che la caratterizzano. L’opera di Luigi Pirandello,scrittore e drammaturgo siciliano celebre per il ”teatro nel teatro” che segnò la tappa più innovativa del suo percorso letterario,e la filmografia di Ingmar Bergman,cineasta svedese premiato con ben tre premi Oscar,sono accomunate da un’inflessibile analisi della personalità umana,da cui derivano la dolorosa constatazione dell’impossibilità per l’uomo di discernere il vero e il falso,l’ineluttabile incomunicabilità e la continua ricerca di una consistenza per la propria identità aldilà della “maschera” che soffoca e limita il suo essere.<br />
A sviluppare l’argomento è stata la dottoressa Chiara Campodonico,laureata in Scienze dell’Educazione e da oltre dieci anni membro del Direttivo dell’Associazione Stein. La dottoressa Campodonico ha esordito dichiarando che la sua passione per la cinematografia di Bergman l’ha portata a scegliere come argomento per la propria tesi di laurea il rapporto fra il cineasta svedese e la drammaturgia pirandelliana; non a caso il punto di partenza del suo lavoro di ricerca è stata una lettera al teatro di Stoccolma,che le ha consentito di scoprire che Bergman rappresentò per ben due volte (Malmoe  1953 e Oslo 1967) “Sei personaggi in cerca di autore”. Ad accomunare Pirandello e Bergman sono l’indagine esistenziale,l’esperienza della malattia mentale (vissuta in prima persona dal regista,filtrata attraverso il calvario della moglie Antonietta per il drammaturgo),il legame con le isole (la Sicilia in cui Pirandello nacque e l’isola dove Bergman scelse di vivere),il tema della vita autonoma dei personaggi ,maschere o spettri che siano,l’immagine di una realtà mutevole in cui la personalità umana,priva di qualsiasi certezza e condizionata dalla relatività dell’apparenza,si sgretola inesorabilmente e perde ogni possibilità di relazione con l’altro.<br />
La produzione narrativa e teatrale di Pirandello,a partire dall’esordio di impianto veristico con il romanzo “L’esclusa” fino a “I giganti della montagna” rimasto incompiuto per la morte sopraggiunta nel 1936,rivela sorprendenti consonanze con la cinematografia bergmaniana,la cui comprensione appare possibile solo tenendo ben presenti i profondi legami con la tormentata esistenza del regista. Nato nel 1918 da un pastore luterano e da una donna di origine olandese,Bergman sperimentò fin da subito la precarietà e l’oppressione di un ambiente familiare poco sereno,dominato da una figura paterna implacabile nel giudicare (per punire il piccolo Ingmar arrivò a rinchiuderlo in un obitorio) ed estremamente conflittuale anche nei rapporti con il fratello e con la sorella,entrambi precocemente disadattati. Gli unici barlumi di serenità della propria infanzia erano rintracciati da Bergman nei soggiorni a casa della nonna (appassionata di cinema….),in particolare nel rapporto con una balia che il regista immortalò nel suo capolavoro spiccatamente autobiografico “Fanny e Alexander”. I pesanti condizionamenti subiti durante infanzia e adolescenza lasciarono come tracce indelebili nel cineasta svedese un marcato anticlericalismo,un disperato bisogno d’amore,la ricerca di un Dio padre amoroso e non giudice.<br />
La dottoressa Campodonico,fra le possibili piste argomentative percorribili all’interno della sua tesi,ha privilegiato il parallelismo fra “Sei personaggi in cerca di autore”  di Pirandello e “Il settimo sigillo” di Bergman. Il dramma pirandelliano nasce dal mistero della creazione artistica scaturita dall’incontro fra l’autore e la fantasia,raffigurata come una servetta che conduce a casa del suo “principale” una famiglia di personaggi scontenti,lontani da ogni speranza e desiderosi di trovare vita propria in un’opera compiuta. I sei personaggi,ognuno portatore di un tormento segreto,racchiudono nelle loro esistenze il senso della vita e ossessionano a tal punto il drammaturgo che egli arriva a lasciarli liberi sul palcoscenico mentre una compagnia di attori sta provando. In tal modo i personaggi tentano di uscire dalla forma in cui è imprigionata la loro vita,quella stessa forma che,d’altra parte,li rende immortali,come accadde per Don Abbondio o per Sancho Panza. Il dramma si sviluppa sul conflitto fra forma e sostanza,sull’incomunicabilità, sul rapporto fra vita e arte,destinato a risolversi a favore della creazione artistica,di cui l’esistenza costituisce solo una copia : i personaggi sono veri e immortali,gli uomini risultano essere “uno,nessuno e centomila”.<br />
Per chiarire il rapporto fra il dramma pirandelliano e il film di Bergman la relatrice è partita dalla lettura di alcuni brani di “La lanterna magica”,autobiografia in cui il regista rievoca non solo i fantasmi e i misteri che lo accompagnarono fin dall’infanzia,ma anche l’esperienza della malattia mentale culminata nella percezione dello sdoppiamento di sé e in un lungo ricovero ospedaliero,durante il quale si alternarono momenti di pacificazione con se stesso e nuovi attacchi di ansia. Come i protagonisti di Pirandello,i personaggi dei film di Bergman sono vivi,autonomi,perseguitati dai loro “spettri”,spesso “dannati” ma sempre dignitosi nel loro percorso esistenziale. Le opere del cineasta sono costantemente “non concluse”,proprio perché la vita va avanti nonostante tutti i tentativi dell’uomo di cristallizzarla in una forma.<br />
A proposito de “Il settimo sigillo”,realizzato nel 1956,Bergman affermò : “Non è un gran film,ma io ci sono affezionato.”. L’intreccio tematico si basa sul dubbio esistenziale in relazione alla salvezza; il settimo sigillo è una reminescenza diretta dell’Apocalisse di Giovanni,citata nella pellicola. Bergman pone domande sull’esistenza e sul destino dell’uomo senza affermare e senza negare nulla. La pellicola esprime una profonda spiritualità riconducibile  essenzialmente alla figura del saltimbanco,che ha ricevuto il dono di una fede spontanea,e a quella dello scudiero,spietatamente cinico nella sua incredulità intellettuale. Nel film lo spettro che si incarna nella vita dell’uomo è la Morte,che ingaggia una partita a scacchi (eloquente metafora dell’esistenza) con un cavaliere crociato il quale,non avendo trovato conforto nella fede durante la sua disperata ricerca di una risposta per le sue domande,si rivolge proprio a lei. La pellicola accompagna il cavaliere in una serie di incontri che si snodano parallelamente alle fasi della partita a scacchi. Il gioco implacabile priva l’uomo di ogni maschera,lasciandolo nudo e indifeso davanti al proprio destino,vittima dell’illusione di poter sconfiggere la morte. L’unica possibile redenzione è un atto di fiducia e di disinteresse verso l’altro,salvare una famiglia composta da persone semplici e pure di cuore,un saltimbanco (non è un caso che in Bergman sia un artista a farsi portatore dell’amore e della salvezza) e la sua compagna,entrambi gioiosi nella loro fede e immuni dalla disperazione che li circonda.<br />
La consonanza fra Pirandello e Bergman si esplicita nell’autonomia che assumono i personaggi nelle rispettive opere,nella tematica delle maschere e dell’identità,espressa da entrambi in forma diversa,nella ricerca dell’umano rispettivamente attraverso la scrittura o la cinepresa,nel senso del mistero che si cela dietro le maschere.<br />
La relazione della dottoressa Campodonico ha riscosso partecipazione e interesse nel pubblico presente,che è intervenuto a più riprese per porre domande o per proporre le proprie riflessioni su una tematica altamente suggestiva e coinvolgente.</p>
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		<title>VEDO UN RAMO DI MANDORLO “Geremia cosa vedi ? Vedo un ramo di mandorlo” (Ger. 1, 11)</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 14:11:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In ebraico il mandorlo è chiamato “colui che veglia”, il primo risvegliato dall’inverno, colui che ha gli occhi attenti, che fiorisce anche quando ancora punge il gelo. Quello che vede Geremia non è un fiore del ramo nella bella stagione, &#8230; <a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/2012/01/28/vedo-un-ramo-di-mandorlo-%e2%80%9cgeremia-cosa-vedi-vedo-un-ramo-di-mandorlo%e2%80%9d-ger-1-11/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/fiore_mandorlo_inizio_articolo.jpg"><img src="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/fiore_mandorlo_inizio_articolo-300x200.jpg" alt="" title="Mandorlo in fiore" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-488" /></a><br />
In ebraico il mandorlo è chiamato “colui che veglia”, il primo risvegliato dall’inverno, colui che ha gli occhi attenti, che fiorisce anche quando ancora punge il gelo. Quello che vede Geremia  non è un fiore del ramo nella bella stagione, ma nel momento più duro dell’anno, quello delle gelate improvvise. In questa stagione difficile dobbiamo avere occhi attenti ai segni che sono già dentro l’inverno, saper cogliere ciò che nasce dal passaggio verso la primavera.<br />
Papa Giovanni aprì il Concilio dicendo di non dare ascolto ai “profeti di sventura”, ma di prestare orecchio ai “segni dei tempi”, di non intralciare il loro divenire come la terra accompagna i germogli a primavera. Dobbiamo scorgere i segni che posseggono la trasparenza  dell’alba originale, la luminosità di una tenerezza soprannaturale.<br />
In tempi di crisi ci è chiesto di vivere i gesti di Geremia che, in anni di esilio e di deportazione, invitava a piantare vigne, a costruire case. Vivere non è solo una crescita continua, ma anche la capacità di aderire alla vita nonostante ciò che la contraddice, le sue paure, le sue crisi, i suoi momenti di apparente sterilità.<br />
Ci sono attimi che rendono nuovo il mondo non tanto perché aggiungono qualcosa di nuovo, ma perché sprofondano fino all’origine, lì dove la diversità è armonia.<br />
Il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi ci mutiamo, si fa nuovo se l’uomo si fa nuova creatura, si imbarbarisce se scateni il peggio in te.<br />
Oggi la nostra vita  è un continuo migrare verso un mondo perduto e disorientato di frammenti che non sappiamo più utilizzare . Dio, invece, è sempre molto attento ai frammenti: agli occhi, ai gesti, a come si fanno e si dicono le cose, al granello di senape, alla pecora perduta, allo spicciolo della vedova.<br />
In ogni momento di crisi Dio ci chiede di partire dai frammenti e dai dettagli per riprendere il cammino e la nostra dignità. Ci chiede una vera partecipazione al mistero della vita.  Germi di novità sono nell’aria. Ma scendono soltanto dove trovano una terra fertile. I germi di novità sono la bellezza e la tenerezza, il perdono e la fedeltà ad ogni giorno: fragili gesti che hanno la forza di rimettere in piedi la nostra vita.<br />
Fedeltà ad ogni giorno vuol dire esserci, stare dentro la concretezza della vita. Occorrono oggi testimoni fedeli che vadano oltre la superficialità e sappiano stare dentro la vita. Testimoni che non imprigionano Dio nel loro concetto di onnipotenza, che non lo sfigurano erigendolo a giustiziere implacabile, ma che coltivano pazienza e vigilanza.<br />
Bella la fedeltà, si fa compagno di viaggio al cammino dell’uomo di Gesù risorto che si avvicina ai discepoli di Emmaus, si fa compagno di viaggio, si interessa della loro vita, li lascia liberi di scegliere fingendo di andare oltre, e solo alla fine spezza il pane con loro.<br />
Bella la fedeltà di Ruth verso Noemi quando dice: ”Non insistere perché ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io” (Ruth 1,16).<br />
La fedeltà a sé e all’altro è la capacità di “serbare e custodire”, è amore che ha bisogno di tempo per crescere, di promesse reciproche da mantenere, di scelte che hanno il loro prezzo.<br />
Anche quando le cose sembrano non cambiare, anche se tutto sembra continuare come prima, chi è fedele scruta l’orizzonte, fiuta l’aria,  getta il seme affidandolo alla terra  e il sogno di futuro è tutto dentro questa minuscola occasione che può fare del lampo una chiarezza, della scintilla una luce.</p>
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		<title>Crisi tra decadenza e speranza</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 14:08:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Attraverso la via della metafora vorremmo tentare di ripensare la crisi in cui ci troviamo. 1) La prima metafora è quella del naufragio ( Hans Blumenberg). Non esiste terraferma stabile e sicura e il mare fluido è incostante (Lucrezio); oggi &#8230; <a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/2012/01/28/crisi-tra-decadenza-e-speranza/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_484" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/navigare.jpg"><img src="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/navigare-300x225.jpg" alt="" title="Barca" width="300" height="225" class="size-medium wp-image-484" /></a><p class="wp-caption-text">Vele al vento</p></div><br />
Attraverso la via della metafora vorremmo tentare  di ripensare la crisi in cui ci troviamo.<br />
1)	 La prima metafora è quella del naufragio ( Hans Blumenberg).<br />
Non esiste terraferma  stabile e sicura e il mare fluido è incostante (Lucrezio); oggi sempre meno possiamo distinguerci dal naufrago (Pascal : “Vous  êtes embarqués.”).<br />
2)	L’immagine del mare incostante richiama un’altra metafora, quella della liquidità (Zigmunt Bauman).<br />
Mancano punti di riferimento certi e tutto appare fluido, senza parametri etici oggettivi.<br />
3)	 Assemblaggio: eppure dal mare della storia emergono tavole cui aggrapparsi, improvvisate scialuppe  costruite con assi dalle più svariate provenienze (“meticciato”).<br />
4)	Navigazione: la barca è il mondo uscito dalle macerie delle ideologie: per la Chiesa è simboleggiata dal Concilio Vaticano II e per l’Italia dalla Costituzione repubblicana del 27/12/1947 (cfr. codice di Camaldoli luglio 1943) : la crisi non si supera se la persona, la sua dignità, il suo lavoro, la realtà dei suoi rapporti non tornano ad essere centro  e misura dell’economia e della politica (Emmanuel Mounier).<br />
5)	Torre di Babele  (Genesi cap.11).<br />
E’ l’immagine della confusione disgregante in cui tutti siamo immersi. Oltre il naufragio, sulle onde della modernità liquida, la barca va costruita insieme, nel rispetto di tutti, accettando consapevolmente regole comuni, certe e affidabili,  per navigare insieme verso il porto, intravisto e mai posseduto pienamente nella realtà, della pace universale e della giustizia per tutti.<br />
A livello ecclesiale possiamo dedurre  che il futuro possibile  delle comunità verrà dal basso, attraverso persone appassionate che del “pensato” vogliono diventare “facitori”, rischiando i propri passi su strade inedite.   Un tempo il futuro si riceveva in eredità e tutto era in funzione della “conservazione” piuttosto che della “immaginazione”. La delega oggi non basta più, occorrono nuove corresponsabilità   istituzionali perché molti oggi portano avanti esperienze ecclesiali non contro l’istituzione, ma senza alcun riferimento ad essa; e-mail e comunicazioni delle quali non si tiene alcun  conto, rifiuto a partecipare agli incontri parlano da sé.<br />
Le scelte di appartenenza “con riserva” non sono sempre frutto di pigrizia, di  individualismo, ma forse nascono quando si è allentata la forza emotiva e corresponsabile. Giustamente Z. Bauman dice che ormai siamo passati dalla modernità “solida” (fondata su organizzazioni e ruoli stabili), alla modernità  “liquida” dell’incertezza e della non prevedibilità.  Dobbiamo diventare  persone che “stanno dentro”, con mani in pasta e occhi all’orizzonte.<br />
Un silenzio che si fa parola. Perché abbiamo paura del silenzio? Nel deserto Dio ci seduce e ci parla, come ci attesta Osea: ”Io  la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”(Osea, 2,6)<br />
Si può anche entrare nella propria camera portandosi dietro tutto il “rumore” (cellulare,  computer, televisione…) che impedisce il rientrare in se stessi.  Gesù invita a “chiudere la porta” (Mt. 6,7). Quando viene la notte, il vegliare diventa simbolo della vittoria sulla morte.<br />
Nella notte Abramo incontra Dio che gli svela un futuro inimmaginabile. Nel cuore del grande silenzio della notte nasce Colui che è la Parola. Nella notte Colui che volevano morto si manifesta vivente.<br />
Il silenzio porta alla scoperta di Dio in noi e pone le basi della preghiera e della speranza.  </p>
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		<title>La luce della speranza</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:58:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Pertusati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non è difficile oggi constatare che il tempo che viviamo e l’ambiente che ci circonda siano densi di disagio e di difficoltà. Si respira un’aria di insoddisfazione dovuta a molteplici fattori, da quelli sociali a quelli di carattere individuali. E’ &#8230; <a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/2012/01/28/la-luce-della-speranza/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/prima1.jpg"><img src="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/prima1-300x187.jpg" alt="" title="Speranza" width="300" height="187" class="alignleft size-medium wp-image-478" /></a><br />
Non è difficile oggi constatare che il tempo che  viviamo e l’ambiente che ci circonda siano densi di disagio e di difficoltà. Si respira un’aria di insoddisfazione dovuta a molteplici fattori, da quelli sociali a quelli di carattere individuali. E’ fuori di ogni dubbio  che sia carente quella luce che permette di intravvedere un cammino  sereno e dignitoso: la luce che si  chiama  speranza.<br />
Ma non si è sempre detto fin dall’antichità che la speranza è l’ultima a morire?<br />
 “Spes ultima dea”: è un’espressione che non dovrebbe abbandonare  chi si trova  in  difficoltà estrema, chi si sente oppresso dalla malattia, chi è in condizioni di grave disagio fisico e spirituale,  chi  si sente abbandonato ed è in preda a grave sconforto e  sta vivendo giorni difficili….Su questo fronte  ciascuno  può portare la propria personale dolorosa esperienza.</p>
<p>Che oggi stiamo attraversando una gravissima crisi senza precedenti è fuori di dubbio. Tutti ne parlano: i mass media non fanno altro che sottolineare a ripetizione gli aspetti più negativi. La gente ha paura e teme il peggio. Anche se appare qualche piccolo spiraglio positivo, subito c’è chi cerca di spegnere ogni speranza facendo apparire  più grave e più pesante il clima  che viviamo.<br />
Mi sembra opportuno e anche importante  sottolineare che il negativo assoluto, vale a dire il male in sé e per sé, non esiste; c’é  il male sempre misto al bene. S. Agostino al problema  del male ha dedicato una intensa e profonda riflessione: è stato un tema che lo ha tormentato e appassionato per lungo tempo giungendo a definire il male “privatio boni”, cioè mancanza di bene e quindi di essere…. Ecco perché  il male assoluto non esiste: il male coesiste con il bene. In altre parole il male nasconde sempre un margine di positività, cioè di bene anche se molto limitato.<br />
E’ propri questo margine che si ha il dovere di mettere sempre in evidenza per  ragioni di obiettività onde  evitare di cadere in un irrazionale pessimismo e catastrofismo. Chi percorre una strada diversa e contraria è  lontano anni luce dalla verità.  Per Agostino il male è pertanto  una mancanza di essere, una deficienza. Senza mezzi termini  arriva ad affermare che il suo  essere è nel non essere.<br />
L’uomo  che riflette sa scorgere nelle realtà che sono contingenti l’essere per cui sono, cioè il bene, e, nello stesso tempo, anche quella parte di essere che a loro manca. Per questo sono realtà limitate. Di conseguenza il male che esiste  è sempre  un essere  manchevole e deficitario.<br />
Perché mi sono soffermato su queste disquisizioni di sapore filosofico? La motivazione è facilmente intuibile. Si tratta di eliminare con la ragione quella visione pessimistica della vita che a poco a poco attanaglia  e intristisce un po’ tutti.<br />
Se si usa, come si deve, la razionalità, le vicende della vita non possono mai essere totalmente negative: nascondono o lasciano intravedere sempre un lato positivo.</p>
<p>Dopo questa premessa di carattere speculativo, passiamo alla vita concreta. Quella in cui ci troviamo  tutti i giorni a vivere è una crisi “poliedrica”. Spieghiamoci meglio: non è  a senso unico, ma investe tutti i settori della vita.<br />
Si parla sempre di crisi economica e sociale: in effetti è sotto gli occhi di tutti e sono tanti a esperimentarla sulla propria pelle. Quante famiglie sono in difficoltà, quanti hanno perso il lavoro, quanti sono  disoccupati, quanti non  hanno i mezzi per arrivare a fine mese, quanti giovani  vivono in continua attesa di una qualche sistemazione. Queste dolorose “litanie” vengono  ripetute di continuo. Giornali e mezzi di comunicazione tutti i giorni ci  ripropongono con sempre  maggior intensità la visione pessimistica del presente.<br />
Non intendiamo ricalcare ulteriormente questi gravi disagi…<br />
Piuttosto non va dimenticato che alla base di tanto disagio  c’è soprattutto una crisi di carattere  morale. E’ la coscienza  che  si sta deteriorando. Non servono dimostrazioni per rendersi conto che è proprio questo il  presupposto di ogni altra crisi. Quando l’ordine morale viene meno, tutti i mali diventano possibili. In sostanza  se il rispetto della persona viene a mancare,  la società si va deteriorando: di qui ogni prevaricazione e sopruso.<br />
Non va dimenticato che c’è una crisi  ancora più grave: quella religiosa. Quanti sono coloro che  non solo credono al vangelo, ma si impegnano con ogni sforzo a viverlo? Questo interrogativo  riguarda, se siamo sinceri, un po’ tutti i “ credenti”, nessuno escluso.<br />
La fede  va soprattutto vissuta. L’uomo di fede è colui che si affida a Dio in tutto e per tutto.  Fidarsi di Dio: è questo il significato della speranza. Chi ha fede, sa che Dio è amore. Se sono convinto che Dio mi ama, la mia speranza non viene mai meno.</p>
<p>Il Natale è la manifestazione  dell’amore di Dio: “ Lui che era ricco  per noi si è fatto povero”.<br />
E’ importante non soltanto celebrare  questo avvenimento straordinario e  unico, ma soprattutto rinnovare la nostra totale  adesione al Figlio di Dio  che si fa  in tutto simile a noi, tranne che nel peccato. E’ lui la nostra vera speranza.<br />
Quanti sono coloro che vivono con fede il Natale? E’ vero: le chiese sono gremite per la messa di mezzanotte: in verità non si può escludere l’ipotesi che non pochi  partecipano  per abitudine o per rispettare una tradizione  secolare o per l’emozione che procura la ricorrenza, che ci riporta agli anni della fanciullezza o anche  ( perché no?) per la solennità del rito.<br />
Natale deve fa riflettere che Dio è venuto in mezzo a noi, si è fatto bambino per esserci vicino, per condividere le nostre pene e insegnarci che siamo tutti fratelli, legati dallo stesso “ destino” eterno.<br />
Natale  significa aprire il cuore a tutti, senza distinzione alcuna.<br />
Al riguardo  vorrei riportare alcune  riflessioni sul senso del Natale di don Primo Mazzolari, un sacerdote che ha vissuto con  convinzione profonda il messaggio evangelico, tanto da incontrare critiche e riprovazioni anche nel mondo cattolico.<br />
“Un bambino che non ha casa né culla né fasce ci costringe a pensare che i poveri sono una nostra colpa e che  non è bene e non giova a nessuno che il mondo continui a camminare così, se pur è un camminare questo mettere insieme di ingiustizie e di dolori ad ogni passo”. Parole queste che “fotografano” la situazione  di crisi che stiamo vivendo. Indicano quale deve essere il nostro impegno di credenti:“Dio ci ha creati bisognosi gli uni degli altri e ci ha messo insieme perché, volendoci bene, costruiamo la giustizia  nella carità”.</p>
<p>Il Natale deve rappresentare una svolta nella nostra vita di credenti piuttosto passivi e abitudinari.  Don  Mazzolari  ne era fermamente convinto: “Egli viene e con lui che viene, viene la gioia. Se lo vuoi ti è vicino. Ti parla anche se non gli  parli; se non l’ami, ti ama ancora di più. Se ti perdi, viene a cercarti, se non sai camminare ti porta. Se tu piangi sei beato per lui che ti consola, se sei povero, hai assicurato il Regno dei Cieli; se hai fame e sete di giustizia, sei saziato; se perseguitato per causa di giustizia, puoi rallegrarti ed esultare”.<br />
Ritengo che il modo migliore per festeggiare il Natale sia quello di fare nostri questi pensieri, meditandoli e soprattutto vivendoli. Non dimentichiamo mai che Cristo è la  speranza  che illumina la nostra vita come asseriva con convinzione S. Paolo: “Io posso ogni cosa in Colui che mi dà forza” ( Filippesi 4,13).<br />
                                                                         ________________</p>
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		<title>Acqua di morte &#8211; Acqua di vita</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:53:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Luisa Marnati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminiamo insieme online – Settembre/Dicembre 2011]]></category>
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		<description><![CDATA[«Quando busserò alla tua porta avrò fatto tanta strada; avrò piedi stanchi e nudi avrò mani bianche e pure…» Le parole del canto riecheggiano nella mente, nel mio cuore… mi danno la forza di continuare a camminare nel fango, sui &#8230; <a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/2012/01/28/acqua-di-morte-acqua-di-vita/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_473" class="wp-caption alignleft" style="width: 234px"><a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/prima.jpg"><img src="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/prima-224x300.jpg" alt="" title="Scavi " width="224" height="300" class="size-medium wp-image-473" /></a><p class="wp-caption-text">Scavi per cercare eventuali vittime</p></div><br />
«Quando busserò alla tua porta<br />
avrò fatto tanta strada;<br />
avrò piedi stanchi e nudi<br />
avrò mani bianche e pure…»<br />
Le parole del canto riecheggiano nella mente, nel mio cuore… mi danno la forza di continuare a camminare nel fango, sui detriti, tra le macerie.<br />
Brugnato, Borghetto, Monterosso, Vernazza.<br />
Piedi stanchi e gonfi, scarponi sempre più pesanti<br />
Il potere dell’acqua della morte che tutto ha ingoiato, trascinato, divelto, strappando i ricordi negli occhi smarriti che non sanno più guardare o cercare.<br />
Cuori infranti e inconsolabili, spiriti dilaniati nell’attesa di ritrovare chi è sparito nell’attimo di un respiro, inghiottito dalla marea di fango. Vite spezzate.<br />
Mani che non hanno più colore, come tutto attorno.<br />
Il colore della morte.<br />
Acqua di morte &#8211; Acqua di vita<br />
Nel sole che si scioglie nel vento che viene dal mare, sempre più impetuoso, si staglia la statua di San Francesco che benedice il lupo<br />
«Laudato si’ mi’ Signore, per sor aqua,<br />
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.»<br />
Una nuova acqua mi dona la forza, la capacità di vedere, sentire, toccare, assaporare e odorare il più pienamente possibile la vita.<br />
Sulla porta del convento un’esortazione:<br />
«Entra per pregare – esci per amare»<br />
Un invito a vivere pienamente la vita con occhi, orecchie e mani aperte in modo da sentire, gustare e accogliere tutto ciò che accade, con una fede-fiducia che ci chiede di andare al di là della scelta tra fuggire e combattere per restare.<br />
È la lotta contro l’orrore degli scenari, l’impotenza di fronte a tanta devastazione che si trasforma in presenza della mente e del cuore e diviene empatia: consapevolezza e capacità di entrare in intimità con le persone con sollecitudine ed equanimità.<br />
«Quando busserò alla tua porta<br />
avrò amato tanta gente<br />
avrò amici da ritrovare…»<br />
È un pellegrinaggio naturale che porta a sentire e scoprire l’energia del luogo, qui e ora.<br />
È scoprire che un torrente, una cascata, un albero, le pietre dei muretti a secco hanno qualcosa da comunicarci.<br />
Un percorso di vita dove l’importante non è la meta da raggiungere, ma le persone che incontri, che ti sembra di conoscere da sempre o che non incontrerai più.<br />
È qualcosa che ti toglie il respiro.<br />
Il tempo diluisce e non conta più, si liquefa nell’eterna e sempre nuova dimensione da cui tutto rinasce.<br />
«Non più quel tempo.<br />
Varcano ora il muro<br />
rapidi voli obliqui,<br />
la discesa di tutto<br />
non s’arresta<br />
e si confonde<br />
sulla proda scoscesa<br />
anche lo scoglio<br />
che ti portò<br />
primo sull’onda»<br />
(Eugenio Montale)</p>
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		<title>La GMG di Madrid: esperienza di gioia e di comunione</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:49:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Arata</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminiamo insieme online – Settembre/Dicembre 2011]]></category>
		<category><![CDATA[giovani.gioventù]]></category>
		<category><![CDATA[madrid 2011]]></category>

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		<description><![CDATA[Durante il lungo viaggio di ritorno da Madrid verso Rapallo ho cercato di ripensare alle ricche e belle giornate vissute in Spagna e ho scritto alcune idee ed intuizioni che l’esperienza della GMG ha trasmesso alla mia vita. Le prime &#8230; <a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/2012/01/28/la-gmg-di-madrid-esperienza-di-gioia-e-di-comunione/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_468" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/Foto-GMG3.jpg"><img src="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/Foto-GMG3-300x199.jpg" alt="Giovani della nostra diocesi a Madrid" title="Giornata mondiale della gioventù-Madrid 2011" width="300" height="199" class="size-medium wp-image-468" /></a><p class="wp-caption-text">Giovani della nostra diocesi a Madrid</p></div><br />
Durante il lungo viaggio di ritorno da Madrid verso Rapallo ho cercato di ripensare alle ricche e belle giornate vissute in Spagna e ho scritto alcune idee ed intuizioni che l’esperienza della GMG ha trasmesso alla mia vita. Le prime due parole che la GMG di Madrid ha consegnato al mio cammino sono fondamento ed essenzialità. In un mondo segnato da molte possibilità, occasioni e voci, diventa ancora più urgente chiederci su chi o su cosa fondiamo e radichiamo l’esistenza, in altre parole, chi o cosa è davvero essenziale nell’esistenza. Le riflessioni proposte alla GMG dal Papa riguardavano proprio il tema del fondamento della vita umana. Gli interrogativi posti da Benedetto XVI non sono per niente banali e scontati e non provocano solamente le persone che sono lontane dalla fede e dalla comunità cristiana. Sono domande che mettono in questione anche il cammino di persone che hanno già aderito al Signore Gesù e cercano di vivere la comunità cristiana. La fede è viva e autentica se è radicata e fondata in Gesù Cristo. L’essenziale e la vitalità del credere trovano il loro centro nella Persona di Gesù Cristo. Gesù Cristo è la Parola capace di donare continuamente vita nuova e gioia piena al cuore, qualche volta arido, spento, triste, scoraggiato, incapace di voler bene e di slanci di gratuità. Il cristiano è una persona contenta poiché non vive radicato sulle proprie piccole convinzioni e idee, ma fidandosi dell’Altro, del Signore Gesù.<br />
La terza parola che la GMG ha consegnato al mio cammino è voler bene. Ci sono momenti (e la GMG è uno di questi) nei quali s’intuisce che sono davvero poche le cose preziose e irrinunciabili nell’avventura della vita. Una persona spende tante energie e tanto tempo nella ricerca del successo, del primato e della visibilità, ma tutto questo correre verso il successo porta ad una vita triste, distaccata, sfiduciata. Una, se non l’unica, delle avventure più belle e significative del nostro esserci su questa terra è quella del voler bene e dell’essere voluti bene. Gesù, con la sua parola e con il suo stesso stile di vita, ci chiama all’esperienza dell’amore. I cristiani, fondati e radicati in Gesù Cristo, sono gli uomini e le donne segnati dalla stupenda avventura dell’amore, un amore senza ‘mezze misure’. Diceva un grande santo spagnolo, San Giovanni della Croce: “Alla sera della vita sarai interrogato sull’amore”. Tutta la nostra esistenza, breve o lunga che sia, è una grande chiamata da parte di Dio al voler bene con coraggio e passione.<br />
La quarta parola che la GMG mi ha consegnato è gioia. I discepoli di Gesù sono chiamati ad essere con le parole e con lo stile di vita testimoni gioiosi e felici del Vangelo di Gesù in un mondo sempre più complesso e triste. Quello della gioia è uno dei tratti più significativi dell’esperienza della fede. Certo, non è una gioia superficiale e banale, ma una gioia che nasce dall’aver intuito che seguire Gesù dona alle nostre giornate un ‘sapore’ del tutto unico e particolare.<br />
La quinta parola che l’esperienza vissuta a Madrid ha restituito alla mia vita è comunione. La nostra società, il nostro stesso cuore sono caratterizzati da spinte verso l’individualismo e l’egoismo. Il messaggio di Gesù si pone in profonda contraddizione nei confronti di questo modo di pensare e di vivere. Come cristiani siamo chiamati da Gesù alla comunione e alla condivisione. L’esperienza della GMG apre ad una vita aperta all’altro e ad una fede ‘trafficata’ e condivisa nel grande respiro della Chiesa universale, cattolica.<br />
L’ultima parola che la GMG ha consegnato con forza al mio cammino è cura. A Madrid ho fatto esperienza della bellezza dell’accompagnare e del prendersi cura dei ragazzi. Per me, aver accompagnato dei ragazzi alla GMG ha significato, prima di tutto, stare in mezzo a loro, condividere con loro ogni momento della giornata, dal tempo libero ai pasti passando per i momenti della preghiera e della riflessione, ha significato mettersi in ascolto dei loro interrogativi più profondi e delle loro paure riguardo l’esistenza, il mondo, il voler bene, la relazione con Gesù e la vita della Chiesa. Sempre più mi accorgo che accompagnando e ascoltando i ragazzi si rinnovano e si custodiscono dentro il cuore i grandi e gli autentici desideri di bene, di amore, di giustizia, di bellezza e di felicità per i quali siamo stati creati e mantenuti in vita da Dio.<br />
<strong>L’esperienza di Chiara</strong><br />
“Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede”: questo è il titolo scelto dal nostro Papa per la GMG 2011, che ha lasciato davvero il segno nel mio cuore e in quello di tutti i giovani presenti a Madrid. Sono state due settimane ricche di esperienze e forti emozioni, sia durante i giorni vissuti a San Sebastian che nel soggiorno a Pinto, dove il nostro gruppo ha trovato ospitalità nei saloni della parrocchia di San José. Nelle mattine di mercoledì, giovedì e venerdì nella chiesa di Santo Domingo si sono svolte le tre catechesi presiedute dai vescovi Giovanni Ricchiuti, Alberto Tanasini, Giovanni D’Ercole e dal cardinale Angelo Bagnasco. Diverse sono state le domande e le riflessioni da parte di noi ragazzi, che abbiamo imparato l’importanza di vivere con Gesù mettendo le radici in Lui, unica roccia, punto fermo e vera gioia per l’uomo. Grazie a Lui tutto è possibile e vi è speranza, tutto cambia se vi è la sua Presenza in mezzo a noi e non dobbiamo avere paura di mostrare la nostra fede in una società che va troppo spesso dalla parte opposta. Questo è il punto più difficile da mettere in pratica : riuscire a far combinare “cielo e terra” non è sempre facile, ma, a mio avviso, è anche la vera ricetta che rende l’uomo felice e capace di trovare la sua strada. Tra i momenti più significativi sono da ricordare le diverse celebrazioni che ci hanno accompagnato durante la nostra permanenza a Madrid: la messa di Accoglienza di martedì 16, in onore del Beato Giovanni Paolo II, l’arrivo del Santo Padre in piazza de Cibeles, la Via Crucis, la Veglia a Cuatro Vientos e infine la messa di Invio di domenica 21. Durante quei momenti si respirava un’aria di fratellanza e serenità, animata dalla gioia e dall’entusiasmo di noi ragazzi, tutti diversi per nazione, cultura, personalità, ma accomunati dalla fede in Gesù. Vi è stato, però, anche il tempo per adorare e mettersi in ascolto, in silenzio, riuniti nella preghiera e in un cuore solo, quello di Gesù. Infine, nel corso della messa di Invio, Benedetto XVI ci ha invitato ad essere testimoni di Gesù e santi nel mondo, capaci di rispondere sempre e fermamente alla sua chiamata e di portare ognuno la nostra “Croce”, amandoci gli uni gli altri proprio come Gesù ha fatto con noi. Quest’ esperienza ci ha realmente aiutati a crescere e a capire cos’è davvero essenziale per la nostra vita. La risposta di tutti noi è stata ben chiara: siamo stati disposti a dormire per terra, a fare colazione seduti sull’asfalto e a rispettare code di ore e ore per pranzare e cenare, tutto ciò per poter vivere questi giorni in Spagna, che ci hanno aiutato a sentirci più vicini a Gesù e ad approfondire il nostro cammino di fede nell’ascolto e nell’amicizia. (Chiara Rossi)</p>
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		<title>Le melodie di Franz Listz</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 07:48:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Lasagna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminiamo insieme online - Maggio/Agosto 2011]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Listz]]></category>
		<category><![CDATA[melodie]]></category>
		<category><![CDATA[musica classica]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2011/08/2011_sab2apr_melodie.liszt_.clarisse_e.stein-000.jpg"><img src="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2011/08/2011_sab2apr_melodie.liszt_.clarisse_e.stein-000-227x300.jpg" alt="Franz Listz" title="Franz Listz" width="227" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-458" /></a><br />
Nel 2011 ricorre il bicentenario della nascita di Franz Listz,musicista che ha lasciato un segno profondo e indelebile nella storia della musica per i vertici virtuosistici e compositivi da lui raggiunti. Per celebrare tale ricorrenza  sabato 2 aprile 2011 l’Associazione culturale “Edith Stein” ha organizzato presso l’Auditorium delle Clarisse una lezione-concerto del Maestro Eugenio de Luca con commento alle esecuzioni della professoressa Rosanna Arrighi.<br />
Nel suo saluto ai presenti il professor Domenico Pertusati,presidente dell’Associazione Stein,ha ricordato le peculiarità del linguaggio della musica,arte somma che,secondo Schopenhauer,è in grado di trascendere la pesantezza della nostra esistenza terrena per consentirci di vivere e di condividere con altre persone momenti preziosi e sublimi. Il professor Pertusati ha delineato un breve profilo biografico di Franz Listz,nato a Raiding il 22 ottobre 1811,autentico bambino prodigio capace a soli nove anni di esibirsi in pubblico. Il musicista ungherese fu legato da rapporti di amicizia con i maggiori artisti e intellettuali suoi contemporanei (Paganini,Hugo,Lamartine ecc….)  e partecipò attivamente al dibattito culturale del suo tempo interessandosi di poesia,sociologia e filosofia,viaggiando in tutta Europa e soggiornando a lungo in Italia. La sua vita sentimentale fu tormentata e segnata da grandi passioni,come il legame con Maria Dagourt da cui ebbe tre figli,due dei quali,Daniel e Blandine,destinati a una morte precoce. Dopo la morte della figlia primogenita Listz attraversò una profonda crisi esistenziale che lo portò ad entrare nel monastero della Madonna del Rosario a Roma e a prendere gli ordini minori. La svolta religiosa lo portò ad interessarsi prevalentemente di musica sacra,per la quale arrivò a concepire un progetto di riforma. La morte lo colse il 31 luglio 1886,a seguito di una polmonite contratta mentre si trovava a Bayreuth per il festival creato da Wagner,sentimentalmente legato a sua figlia Cosima.<br />
Sulle caratteristiche della poetica musicale e del retroterra culturale di Listz si è soffermata la professoressa Rosanna Arrighi,che ha individuato come peculiarità del geniale artista ungherese (un autentico mago del pianoforte) il possesso di una tecnica prodigiosa,un’infinita varietà di toni,il carisma ipnotico che trasmetteva alle platee di tutta Europa; tali caratteristiche lo resero il massimo pianista del suo tempo (e probabilmente anche delle epoche successive). Autore ed esecutore dotato di una sensibilità particolare verso la vita ( arrivò a definirsi “mezzo tzigano e mezzo francescano”),a lungo idolo dei salotti mondani,seppe ricavare dall’incontro con altri musicisti preziosi contributi per la definizione dei suoi orizzonti artistici; come esempio di incontri “fecondi” possiamo ricordare quello con Berlioz,importante per l’esperienza della musica a programma, e quello con Paganini,che con il suo virtuosismo trascendentale influenzò marcatamente la parabola artistica di Listz. Per il compositore ungherese la musica,concepita metafisicamente come intuizione dell’assoluto, deve sì comunicare un messaggio sublime e suscitare emozioni,ma assume anche una spiccata valenza educativa : l’artista con le sue opere deve contribuire alla crescita morale e intellettuale del popolo a prescindere dalle condizioni socio-economiche. Probabilmente tale concezione della musica venne influenzata dagli ideali di libertà e di uguaglianza con cui Listz venne a contatto durante il suo soggiorno parigino del 1830 ( anno dei moti che portarono alla deposizione di Carlo X Borbone),nonché dai pensatori riconducibili sia al socialismo umanitario sia al liberalismo cattolico. Per consentire al popolo,privo di adeguati strumenti culturali,di godere della valenza formativa della musica,Listz ricorre alla musica a programma,cioè a composizioni basate su testi letterari noti su larga scala;in tal modo si potevano veicolare con maggiore efficacia contenuti formativi e valoriali.<br />
Nella produzione pianistica di Listz si individuano tre generi: gli Studi,le Trascrizioni e le Opere originali. Fa parte di quest’ultima tipologia la Sonata in Si minore che il maestro de Luca ha proposto come prima esecuzione. Questa lunga e impegnativa sonata fu composta fra 1852 e 1853 ed è apparentemente riconducibile all’esperienza della musica a programma; in realtà non esistono né un testo letterario di riferimento né un titolo evocativo di contenuti. I critici hanno proposto interpretazioni ispirate a chiavi di lettura assai diversificate fra loro (dal mito di Faust all’esegesi biblica); secondo alcuni è individuabile come tema di fondo la lotta fra il bene e il male,l’eterno mistero della condizione umana. La professoressa Arrighi ha fornito una propria esegesi assai suggestiva,ipotizzando un riferimento alla cosmogonia come movimento che dal caos conduce alla luce. A livello strumentale la composizione supera lo schema classico della sonata tripartita e bitematica associando una forma ciclica,in cui i confini tra le diverse parti non sono più netti,e un’autentica metamorfosi tematica con sequenze assolutamente imprevedibili. Dall’alternanza fra tensione e risoluzione nasce un continuum dalle modalità costantemente inopinate e sorprendenti,con una sorta di percezione sinestetica che porta a “vedere”la musica.<br />
La seconda esecuzione proposta dal maestro de Luca è stata la Parafrasi da concerto del Rigoletto di Verdi,ispirata alla celeberrima romanza “Bella figlia dell’amore”. Nel 1800 il genere della parafrasi su temi tratti da opere era molto diffuso sia fra musicisti professionisti sia nell’ambito del dilettantismo pianistico. La partitura si inserisce nella scena del Rigoletto ambientata in una squallida taverna vicino a Mantova,dove Sparafucile ha condotto il Duca per presentargli sua sorella Maddalena; fra quest’ultima e il nobile scatta una reciproca attrazione che si concretizza in schermaglie amorose “spiate” da Rigoletto e da Gilda. La sensuale romanza verdiana è trasformata da Listz in un divertito inno all’amore,dietro al quale si cela un lavoro complesso con ampio retroterra teorico. La partitura concepita per orchestra,coro e solisti è translitterata per un solo strumento,il pianoforte,senza che la rivisitazione risulti né scarna né ridondante. A rendere pregevole il risultato finale è l’estro del compositore,capace di riversare cascate di note rese fluide e fruibili con vertici di virtuosismo che fanno percepire uno spirito quasi circense. L’autore si è compenetrato nella partitura verdiana rifuggendo da ogni atteggiamento accademico; i “vuoti” che nel brano originale erano coperti dall’orchestra nella parafrasi sono stati riempiti scomponendo l’armonia (con la conversione degli accordi in arpeggi) ed espandendo le parti della melodia.<br />
Al termine delle applaudite esecuzioni alla professoressa Arrighi e al maestro de Luca è stato attribuito il diploma di socio onorario dell’Associazione “Edith Stein” in segno di riconoscenza per il prezioso contributo offerto all’attività del sodalizio di cui oramai da anni condividono spirito e finalità.</p>
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		<title>La musica di Piazzolla per pianoforte</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 07:46:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Lasagna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[astor piazzolla]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci sono artisti che diventano popolari grazie alla televisione, ma non sempre sono veramente conosciuti e adeguatamente valorizzati per il loro retroterra culturale e per le innovazioni che contraddistinguono le loro opere. E’ questo il caso di Astor Piazzolla, musicista &#8230; <a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/2011/08/24/la-musica-di-piazzolla-per-pianoforte/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2011/08/2011_sab19mar_astor.piazzolla-000.jpg"><img src="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2011/08/2011_sab19mar_astor.piazzolla-000-232x300.jpg" alt="Astor Piazzolla" title="Astor Piazzolla" width="232" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-454" /></a><br />
Ci sono artisti che diventano popolari grazie alla televisione, ma non sempre sono veramente conosciuti e adeguatamente valorizzati per il loro retroterra culturale e per le innovazioni che contraddistinguono le loro opere. E’ questo il caso di Astor Piazzolla, musicista argentino di origini italiane al quale l’Associazione “Edith Stein” ha dedicato una lezione-concerto Sabato 19 marzo 2011 presso l’Auditorium delle Clarisse.<br />
Nel suo indirizzo di saluto ai presenti il professor Domenico Pertusati, presidente dell’Associazione Stein, ha ricordato che Piazzolla fu un compositore celebrato ma anche discusso (in patria fu boicottato da radio, televisione e case discografiche), controverso, innovatore delle cifre stilistiche e musicali del suo tempo. Il suo tango è diverso da quello tradizionale e vede l’introduzione di elementi del jazz, di nuovi strumenti come l’organo Hammond, il flauto, il basso elettrico, la marimba, la batteria, le percussioni e la chitarra elettrica; il risultato è una musica concepita per l’ascolto prima che per il ballo. L’artista, virtuoso del bandoneon, divenne celebre in Italia grazie alla sua partecipazione a “Teatro Dieci”con Alberto Lupo e Mina; celebre è l’incisione “Balada para mi muerte” al fianco della cantante cremonese.<br />
Dopo un breve saluto del dottor Roberto Di Antonio, vicesindaco del Comune di Rapallo, la professoressa Rosanna Arrighi ha presentato la figura di Piazzolla mettendola in rapporto con Carlos Gardel, che nella prima metà del 1900 era stato il musicista più importante per il tango. Apprezzato in Europa e in Nord America prima che in Argentina, Astor Piazzolla si impose all’attenzione della critica solo dopo il lusinghiero consenso del pubblico. La sua ricerca si concentrò sull’aspetto timbrico dei suoni nell’ambito dei nuovi linguaggi musicali del XX secolo; egli arrivò a rivoluzionare il tango imponendo le sue intuizioni e le sue regole e creando una musica straordinariamente  viva. Con il termine tango, di incerta etimologia, venivano tradizionalmente indicati due tipi di danza, il tango argentino e quello flamenco. Il tango argentino, nato alla fine del XIX secolo a Buenos Aires, era arrivato in Europa all’inizio del Novecento suscitando interesse per la sua forza ritmica e per la varietà dei passi, ma anche le perplessità dei benpensanti per le sue movenze audaci. Il successo “snaturò” in parte il suo carattere originario: con l’aggiunta della voce e del canto alle strutture musicali tradizionali (incentrate su violino, chitarra e fisarmonica) esso diventò da danza canzone da ballo.<br />
Oltre a concepire il tango come musica da ascoltare prima che da ballare, a partire dagli anni Settanta Piazzolla introdusse nuovi strumenti sull’onda dell’influenza del jazz e del rock progressivo. Con il rinnovamento sul piano musicale e strumentale egli rielaborò in maniera nuova e originale le partiture tradizionali con i loro linguaggi codificati già affermati; la dissonanza venne accentuata e la melodia dinamizzata, con l’effetto di mutamenti di timbro e di diversificazioni dell’armonia.<br />
Le esecuzioni sono state proposte dal maestro Eugenio de Luca, che ha scelto come brano di apertura “Tzigane tango”; l’arrangiamento per solo pianoforte ha consentito di depurare la musica sviscerandone il nucleo essenziale, in cui si fondono due elementi folklorici : il tango argentino, con il suo languore, e la musica tzigana con il suo dinamismo. A unificare due tradizioni così lontane è il senso di nomadismo che accomuna i due popoli. “Tzigane tango”è espressione della valorizzazione della musica popolare attuata da Piazzolla, che si pone in continuità ideale con altri artisti come Chopin e Bartok.<br />
Il secondo brano in programma, ”Adios nonino” (nell’arrangiamento di José Brageto) fu scritto dal compositore argentino pochi giorni dopo la morte del padre, affettuosamente chiamato “nonino” dai nipoti. Il pezzo, intriso di tenerezza e di rispetto, riecheggia le musiche degli emigranti e propone un ritmo iniziale martellante, lancinante come il dolore improvviso per la perdita di una persona cara. La melodia si snoda fra struggimento e dolcezza, abbandono alla pena e resistenza; si può forse parlare di una “rielaborazione del lutto” attraverso la musica, con un dolore muto, senza parole che si esprime attraverso la voce del piano.<br />
Il “Rondò” dalla Sonata op. 7 (1945) in origine rispettava il canone classico che concepiva il rondò come tempo finale, in forma strumentale, di una sinfonia o di una sonata; solo in seguito l’autore lo trascrisse come pezzo singolo. Il tema fondamentale di questo brano di difficile interpretazione è una sorta di marcetta infantile che si alterna con altri episodi fra cui quello centrale, un duetto forse evocativo di una conversazione fra adulti. Si può percepire una dimensione ironica giocata sulla polarità fra il mondo dei bambini  e quello degli adulti.<br />
L’ultima esecuzione in programma è stata “Invierno porteno” (Inverno al porto), in cui la musica si fa immagine e descrizione con effetti autenticamente onomatopeici. L’inverno è la stagione del freddo, ma anche dei colori più nitidi e brillanti, di uno spettacolo naturale che si trasforma con ritmi diversi. La malinconia invernale è evocato dall’inizio cupo e languido, su cui si innesta una melodia di fondo costante tipica del tango, con oscillazioni fra riprese e abbandono che esprimono lo spirito argentino in perenne tensione fra ribellione e docilità, indolenza e dinamismo, passione e disincanto.<br />
L’applaudita esibizione del maestro de Luca si è conclusa con un fuoriprogramma, il celeberrimo “Jealousy tango”, che ha consentito ai presenti di percepire la differenza fra il linguaggio musicale di Piazzolla e quello tradizionale del tango.</p>
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		<title>Mettere Dio al primo posto</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 07:42:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Ferrari</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2011/08/quarta.jpg.jpg"><img src="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2011/08/quarta.jpg-300x225.jpg" alt="Chiara &quot;Luce&quot; Badano" title="Chiara &quot;Luce&quot; Badano" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-445" /></a><br />
Il 10 aprile 2011, nella parrocchia del Gesù Risorto a Cavi Arenelle, si è svolta come di consueto la Giornata Diocesana Giovani, organizzata dalla Pastorale giovanile della Diocesi di Chiavari. “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede”: questo il tema della giornata che, oltre ad un momento di preghiera presieduto dal vescovo, Mons. Alberto Tanasini, ha proposto anche un’ importante testimonianza sulla figura della giovane e beata Chiara Badano (detta Chiara Luce), raccontata da Franz Coriasco. Chi è Chiara Luce?A Sassello, il 29 ottobre 1971, nasce Chiara Badano, dopo che i genitori l&#8217;hanno attesa per 11 anni.<br />
Chiara di nome e di fatto, viene educata dalla mamma – attraverso le parabole del Vangelo &#8211; a parlare con Gesù e a dirgli «sempre di sì». Si distingue fin da piccola per l&#8217;amore verso gli «ultimi», che copre di attenzioni e di servizi, rinunciando spesso a momenti di svago. Chiara è una ragazzina normale, ma con un qualcosa in più: ama appassionatamente, ha fiducia nella grazia e nel disegno di Dio su di lei, che le si svelerà a poco a poco. Già dai suoi quaderni dei primi anni delle elementari traspaiono la gioia e lo stupore nello scoprire la vita: è una bambina felice. Nel giorno della prima Comunione riceve in dono il libro dei Vangeli. Sarà per lei un «magnifico libro» e «uno straordinario messaggio»; affermerà: «Come per me è facile imparare l&#8217;alfabeto, così deve esserlo anche vivere il Vangelo!». A 9 anni entra come Gen nel Movimento dei Focolari e a poco a poco vi coinvolge i genitori. Da allora la sua vita sarà tutta in ascesa, nella ricerca di «mettere Dio al primo posto». Prosegue gli studi fino al Liceo classico, quando, a 17 anni, all&#8217;improvviso un lancinante spasimo alla spalla sinistra svela, tra esami e inutili interventi, un osteosarcoma, dando inizio a un calvario che durerà circa tre anni. Appresa la diagnosi, Chiara non piange, non si ribella: subito rimane assorta in silenzio, ma dopo soli 25 minuti dalle sue labbra esce il sì alla volontà di Dio. Ripeterà spesso: «Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch&#8217;io». Non perde il suo luminoso sorriso; mano nella mano con i genitori, affronta cure dolorosissime e trascina nello stesso Amore chi l&#8217;avvicina.<br />
Rifiutata la morfina perché le toglie lucidità, dona tutto per la Chiesa, i giovani, i non credenti, il Movimento, le missioni&#8230; Ripete: “Non ho più niente, ma ho ancora il cuore e con quello posso sempre amare”.<br />
La cameretta, in ospedale a Torino e a casa, è luogo di incontro, di apostolato, di unità: è la sua chiesa. Anche i medici, talvolta non praticanti, rimangono sconvolti dalla pace che le aleggia intorno e alcuni si riavvicinano a Dio. Si sentivano “attratti come da una calamita” e ancor oggi la ricordano, ne parlano e la invocano. Alla mamma che le chiede se soffre molto risponde: «Gesù mi smacchia con la varechina anche i puntini neri e la varechina brucia. Così quando arriverò in Paradiso sarò bianca come la neve».E&#8217; convinta dell&#8217;amore di Dio nei suoi riguardi: afferma infatti: «Dio mi ama immensamente» e lo riconferma con forza, anche se è attanagliata dai dolori: «Eppure è vero: Dio mi vuole bene!». Dopo una notte molto travagliata giungerà a dire: «Soffrivo molto, ma la mia anima cantava…». Gli amici, che si recano da lei per consolarla,  tornano a casa loro stessi consolati; poco prima di partire per il Cielo confiderà: «&#8230;Voi non potete immaginare qual è ora il mio rapporto con Gesù&#8230; Avverto che Dio mi chiede qualcosa di più, di più grande. Forse potrei restare su questo letto per anni, non lo so. A me interessa solo la volontà dì Dio, fare bene quella nell&#8217;attimo presente: stare al gioco di Dio”. E ancora: “Ero troppo assorbita da tante ambizioni, progetti e chissà cosa. Ora mi sembrano cose insignificanti, futili e passeggere… Ora mi sento avvolta in uno splendido disegno che a poco a poco mi si svela. Se adesso mi chiedessero se voglio camminare (l&#8217;intervento la rese paralizzata), direi di no, perché così sono più vicina a Gesù”. Non si aspetta il miracolo della guarigione, anche se in un bigliettino aveva scritto alla Madonna: «Mamma Celeste, ti chiedo il miracolo della mia guarigione; se ciò non rientra nella volontà di Dio, ti chiedo la forza di non mollare mai!» e terrà fede a questa promessa. Fin da ragazzina si era proposta di non «donare Gesù agli amici a parole, ma con il comportamento». Tutto questo non è sempre facile; infatti, ripeterà alcune volte: «Com&#8217;è duro andare contro corrente!». E per riuscire a superare ogni ostacolo, ripete: «E&#8217; per te, Gesù!». Chiara si aiuta a vivere bene il cristianesimo con la partecipazione anche quotidiana alla S. Messa, ove riceve il Gesù che tanto ama. Alla mamma, preoccupata nella previsione di rimanere senza di lei, continua a ripetere: «Fídati di Dio, poi hai fatto tutto». Chiara si prepara all&#8217;incontro ( «E&#8217; lo Sposo che viene a trovarmi») e sceglie l&#8217;abito da sposa, i canti e le preghiere per la “sua” Messa; il rito dovrà essere una «festa», dove «nessuno dovrà piangere!». Non ha paura di morire. Aveva detto alla mamma: «Non chiedo più a Gesù di venire a prendermi per portarmi in Paradiso, perché voglio ancora offrirgli il mio dolore, per dividere con lui ancora per un po&#8217; la croce».<br />
E lo «Sposo» viene a prenderla all&#8217;alba del 7 ottobre 1990, dopo una notte molto sofferta. Queste le sue ultime parole: “Mamma, sii felice, perché io lo sono. Ciao.”. La sua “fama di santità” si è estesa in varie parti del mondo; molti i “frutti”. La scia luminosa che Chiara &#8220;Luce&#8221; ha lasciato dietro di sé porta a Dio nella semplicità e nella gioia di abbandonarsi all&#8217;Amore. Questo è quanto ci è stato raccontato di Chiara. Forse sarà un caso, ma sento che ancora una volta ha lasciato il segno: la testimonianza infatti è stata resa, come già detto, da Franz Coriasco, un amico di famiglia; la cosa interessante è che lui si professa agnostico, quindi persona che apparentemente si è arresa alla ricerca di Dio nella vita di tutti i giorni. Mi sento di dire invece che lo spirito di Chiara ha  affidato a quest’uomo il compito di testimoniare la sua storia per dare ancora una volta l’esempio di come sia grande il mistero di Dio, che non fa distinzioni per manifestarsi. Speriamo che Franz un giorno si accorga che sta toccando Dio con mano e che ogni volta che offre queste testimonianze si rende perfetto discepolo di Dio. Un altro augurio va ai secondi protagonisti, i molti giovani presenti, nella speranza che la conoscenza di esperienze di vita cristiana sperimentate da loro coetanei come Chiara e da tanti altri possa farli riflettere in modo consapevole sulle azioni della loro vita e soprattutto che di una vita donata sappiano fare un grande Dono.</p>
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		<title>Via Lucis</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 07:38:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Luisa Marnati</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2011/08/blast_of_light.jpg"><img src="http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/wp-content/uploads/2011/08/blast_of_light-212x300.jpg" alt="La via della luce" title="La via della luce" width="212" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-441" /></a><br />
Molto spesso cerchiamo la luce e non ci accorgiamo che è con noi, sempre. Non è un bene che si possiede, ma possiamo vederla e viverla: è un dono.<br />
Quante volte abbiamo provato il buio dei momenti di dolore, di sconforto, di sofferenza… attimi nei quali ci sembra che la luce sia scomparsa; smarriti, brancoliamo, cercandola disperatamente perché non riusciamo a scorgerla, ma lei è lì, dentro di noi, che attende fiduciosa.<br />
È una incessante, instancabile ricerca nella piena consapevolezza del “qui e ora”, nei nostri vissuti, nel mondo degli affetti, nella quotidianità di ciò che accade, nel saper vivere le cose, piccole e grandi, far tesoro degli incontri, accogliere la vita in tutte le sue manifestazioni e realtà, valorizzandole.<br />
La Luce è dono e conquista: è il frutto di un percorso che si snoda lungo tutta la nostra vita, dal concepimento, alla nascita – il venire alla luce – fino alla morte, il conoscere la Luce.<br />
Il cammino che ci porta alla Luce è la via dell’Amore.<br />
Amare ed essere amati.<br />
Ognuno di noi è creato per essere amato, sentirsi amato ed amare; nel silenzio e nella pace del cuore, si scopre la sorgente della Luce: Dio Amore infinito.<br />
L’Amore genera amore. E si diffonde. Come la luce.<br />
Allora possiamo vedere con chiarezza luminosa e trasparente le nostre impronte, i molteplici segni che abbiamo lasciato, simboli del nostro passaggio, del nostro cammino verso la Luce.<br />
È il passaggio che ci porta dalla Via Crucis alla Via Lucis: un esprimere la Luce in cammino con il Risorto, dove la Morte, all’interno dell’esistenza di ciascuno di noi, non ha più l’ultima parola, ma la penultima.<br />
Dalla Pasqua del Cristo Risorto alla nostra Pasqua, alla Risurrezione: uno sviluppo naturale nell’impegno quotidiano, uno stile e un di modo di vivere orientato alla pace, alla speranza, alla fede-fiducia, alla carità-amore. Alla vita. Alla Luce.</p>
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